Ultime “Impressioni di novembre”

Monreale7 - CopiaL’ultima domenica di novembre coincide anche con la prima di Avvento: domenica 29 novembre, partecipando all’Eucaristia, ascolteremo nell’Evangelo di Luca queste parole: “Vegliate in ogni momento pregando”. L’Avvento 2015 inizia con questo monito solenne del Signore Gesù, il Veniente. La vigilanza e la preghiera ci vengono consegnate come armi per resistere alla dissipazione ed allo stordimento degli idoli mondani di ogni tempo e, dunque, anche del tempo presente.

Ma non solo: esse servono per scuoterci dal torpore e riaccendere in noi, nel profondo della nostra vita, il desiderio: tra le urgenze dei molteplici “bisogni” che ci affannano e producono angosce che ci fanno ripiegare sul presente, il desiderio, spinta verso il futuro, alimenta la Speranza e ci fa invocare le “cose del mondo futuro” e, soprattutto, che il Signore del tempo e della storia affretti la sua venuta nella gloria.

In queste settimane del Tempo liturgico d’Avvento condivideremo del “buon pane” che sostenga la nostra attesa e alimenti il nostro desiderio.
Iniziamo con un testo spirituale di fr. Enzo Bianchi.

Entriamo nel tempo dell’avvento

Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Nella nostra professione di fede noi confessiamo: “Si è incarnato, patì sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto, discese agli inferi, il terzo giorno risuscitò secondo le Scritture, verrà nella gloria per giudicare i vivi e i morti”.
La venuta del Signore fa parte integrante del mistero cristiano perché il giorno del Signore è stato annunciato da tutti i profeti e Gesù più volte ha parlato della sua venuta nella gloria quale Figlio dell’Uomo, per porre fine a questo mondo e inaugurare un cielo nuovo e una terra nuova. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): la venuta del Signore sarà l’esaudimento di questa supplica, di questa invocazione che a sua volta risponde alla promessa del Signore (“Io vengo presto!”: Ap 22,20) e che si unisce alla voce di quanti nella storia hanno subito ingiustizia e violenza, misconoscimento e oppressione, e sono vissuti da poveri, afflitti, pacifici, inermi, affamati. Nella consapevolezza del compimento dei tempi ormai avvenuto in Cristo, la chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! San Basilio ha potuto rispondere così alla domanda “Chi è il cristiano?”: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”.
Ma dobbiamo chiederci: oggi, i cristiani attendono ancora e con convinzione la venuta del Signore? È una domanda che la chiesa deve porsi perché essa è definita da ciò che attende e spera, e inoltre perché oggi in realtà c’è un complotto di silenzio su questo evento posto da Gesù davanti a noi come giudizio innanzitutto misericordioso, ma anche capace di rivelare la giustizia e la verità di ciascuno, come incontro con il Signore nella gloria, come Regno finalmente compiuto nell’eternità. Spesso si ha l’impressione che i cristiani leggano il tempo mondanamente, come un eternum continuum, come tempo omogeneo, privo di sorprese e di novità essenziali, un infinito cattivo, un eterno presente in cui possono accadere tante cose, ma non la venuta del Signore Gesù Cristo!
Per molti cristiani l’Avvento non è forse diventato una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme? Ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana! In verità, il cristiano ha consapevolezza che se non c’è la venuta del Signore nella gloria allora egli è da compiangere più di tutti i miserabili della terra (cf. 1Cor 15,19, dove si parla della fede nella resurrezione), e se non c’è un futuro caratterizzato dal novum che il Signore può instaurare, allora la sequela di Gesù nell’oggi storico diviene insostenibile. Un tempo sprovvisto di direzione e di orientamento, che senso può avere e quali speranze può dischiudere?

don Gilberto

Impressioni di novembre 2

E fu cosi che arrivò la pioggia, e prese il posto di quanto restava di una prolungata estate di S. Martino, in questo autunno inoltrato. Non un acquazzone scrosciante, bensì quella pioggerellina fina fina, quasi sospesa nell’aria, che penetra e raffredda ogni cosa. Ebbene si, arrivò in un mattino, ancora buio, mentre monaci ed ospiti al suono della campana attraversavano silenziosi i vialetti per recarsi in chiesa, in tempo per il primo Ufficio della giornata.

E Dio creò la pioggia: quarto giorno!…per il nostro corso di esercizi spirituali sulla lettera di Giacomo della quale il nostro buon predicatore si impegna a dipanare il testo, e che, con buona pace di Martin Lutero, è tutt’altro che “una lettera di paglia”!

Mentre prendo posto nella sala delle conferenze, nella mente si affollano i ricordi: dalla prima volta che venni a Bose, nel ’99 – un altro secolo – salii in treno con un’infinità di cambi di stazione e mezzi (compresi taxi e pullman di linea); quante volte mi sono seduto in questo salone!
Quanto tempo ho trascorso nella grande chiesa, eppure mi fa ancora effetto, prima che cominci un Ufficio, la lenta teoria dei fratelli e delle sorelle, avvolti nelle loro bianche, soffici cocolle, fruscianti ad ogni movimento, che nella semioscurità prendono posto in coro; tutto è composto, tutto è assolutamente misurato: anche nell’intima tensione, nello studio ricercato e motivato sin nei particolari, che tutto sia al proprio posto, uomini e cose, vi è misura, moderazione. Un’assoluta semplicità da una sofferta complessità!
Brillano le lampade, i primi accordi d’organo, e l’intreccio delle voci, sommesso ma potente, celebra l’invisibile.
Ed al termine, come tutto è emerso dalla penombra, cosi’ ogni cosa vi ritorna, uomini e cose, i primi, che allo scattare sordo d’un molla sul legno – segnale antico in uso nei monasteri – escono di chiesa in perfetto e paziente ordine, le seconde bloccate in quest’aria sospesa, attendendo nuove luci, nuovi suoni, nuove ragioni per essere.

Tutto questo, magari per i più inspiegabilmente, ancora mi incanta.
Una comunità: questa è la cifra fondamentale di Bose.
E quando mi riconnetto al mondo presente, fr. Luciano sta parlando di come chi ha un ministero della Parola nella comunità cristiana debba compiere questo servizio:

1. Ascolta i problemi della comunità
2. Opera un discernimento di questi problemi
3. Li legge davanti al vangelo
4. Ne mostra la portata davanti alla comunità
5. Indica una via d’uscita dall’impasse in cui la comunità si trova.

Ai destinatari si rivolge chiedendo che siano nella gioia.
Anche quando le piogge d’autunno rendono poltiglia l’effimera gloria d’autunno.

Alla prossima impressione di novembre…

Don Gilberto

Impressioni di novembre

Già da qualche anno ho fissato l’appuntamento annuale degli esercizi spirituali nel mese di novembre. Si tratta di un periodo dell’anno pastorale che non conosce impegni troppo gravosi, particolarmente adatto a fare questa sosta che è d’obbligo per i presbiteri, soprattutto perché’ ci costringe a leggere la nostra vita davanti all’Evangelo, ponendo una distanza tra noi e le nostre funzioni.
A questa scelta legata al “calendario”, si lega, per quanto mi riguarda, una seconda di tipo “logistico” (qualcuno parlerebbe di “location”), infatti da sedici anni vengo a vivere quest’esperienza presso il monastero di Bose.
Che cos’è Bose e dove si trova?

Molto semplicemente: la Comunità monastica di Bose è una fraternità di monaci e monache cristiani, di diversa confessione (dunque a vocazione ecumenica) formatasi intorno a fr. Enzo Bianchi, alla chiusura del Concilio Vaticano II, col desiderio di poter vivere l’esperienza di vita comunitaria come alle origini del monachesimo cristiano. Il luogo dove questo primo gruppo si ritrovò per iniziare questo cammino era una cascina abbandonata, ad un paio di chilometri da un paesino della Serra (la Serra è una lunga collina morenica) chiamato Magnano, in provincia di Biella. Nei decenni, quelle che erano vecchie cascine piemontesi abbandonate, prive di tutti i servizi fondamentali, sono diventate un accogliente monastero, con una grande e sobria chiesa monastica, adagiato in mezzo ai prati ed ai pascoli, animato dalla vita di preghiera e di lavoro di una ottantina di persone, tra uomini e donne, che, nel solco della più genuina tradizione monastica, accanto alla cura della vita della comunità, pongono attenzione all’ospitalità di visitatori  di ogni genere, offrendo loro accoglienza e ascolto.

Non mi dilungherò a spiegare come vive e quali finalità abbia una comunità di monaci come quella di Bose, tuttavia è importante sapere che oggi, nel cuore del tempo che viviamo, esiste un realtà che non è fuori dal tempo, che non segue regole che ai più potrebbero apparire anacronistiche (basti pensare al tema del celibato o a quello della obbedienza comunitaria), ma vive addossata al deserto e si sforza di ascoltare e vivere l’Evangelo, non come forma di individuale eroicità, ma come cammino comune e condiviso nel quotidiano.
In questa metà di novembre, con i campi e i boschi tinti di colori sgargianti, con le brume del mattino e le ombre che velano presto ogni cosa, l’incontro con la Parola “accade” in una profonda quiete colma di gratitudine. I ritmi rallentati rispetto alla vita parrocchiale, le ore della giornata scandite dai tocchi delle campane, il silenzio che regna e del quale, al termine di questo corso, come ogni anno, sentirò profonda nostalgia: tutto questo, ma non solo, dispone a lasciarsi interrogare e scrutare.
“Come ti presenti davanti alla comunità?”. Cosi’ ha esordito Luciano Manicardi, fratello di Bose, biblista. Partendo dal commento ai primi versetti del primo capitolo della Lettera di Giacomo, fr. Luciano ci ha esortato a considerare la nostra postura, in quanto presbiteri, nei confronti delle comunità cristiane a noi affidate, per verificare noi stessi davanti alla Parola.
Così, in questo novembre così placido, la Parola arriva ed interpella con decisione.
Ora, però, è tempo di silenzio e di riposo: ogni cosa a suo tempo…ed alla prossima impressione di novembre.
Vostro
D. Gilberto