LIBRO DELLA PREGHIERA CON SAN PANTALEONE

Il “Libro della preghiera con San Pantaleone” raccoglie in un unico e pratico volume i testi in uso nella nostra comunità parrocchiale per la celebrazione del suo Patrono:

– la Novena di preparazione alla festa liturgica del 27 luglio; essa si svolge nei giorni precedenti la vigilia, cioè dal 17 al 25 luglio, di solito inserita nella Santa Messa vespertina;

– la Liturgia delle ore del giorno della festa, riportata solo nelle ore principali di lodi e vespri;

– la Preghiera mensile che viene celebrata in genere alla prima domenica del mese, dopo la Santa Messa della sera, dalla nostra Confraternita di San Pantaleone insieme agli altri fedeli che lo desiderano.

Per quanto concepito per l’uso comunitario, questo libro può essere usato anche privatamente, con gli opportuni adattamenti, per la preghiera e la meditazione personale.

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Il libro è a disposizione di chiunque voglia utilizzarlo. Buona preghiera!

Don Amerigo Carugno

INNI A SAN PANTALEONE (5 settembre 2011)

Ho completato la scrittura dei quattro inni al nostro Santo Patrono che mi ero prefisso di comporre per la preghiera mensile a San Pantaleone: il primo è un inno alla Croce, criterio decisivo della vita del nostro Santo; il secondo celebra il momento del martirio; il terzo ricorda  le grazie ottenute dalla sua intercessione, soprattutto per i malati; il quarto, infine, narra la storia del culto miglianichese ricordandone gli eventi più significativi.

Questi inni possono essere cantati con alcune melodie degli inni della “Liturgia delle ore” composti da vari autori (soprattutto dalle comunità monastiche), badando ovviamente a verificarne la metrica; essi sono scritti in quartine, come quasi tutti gli inni liturgici; il primo è composto da novenari, il secondo da endecasillabi (giambici); il terzo e il quarto da decasillabi; tutti e quattro sono senza rima.

Don Amerigo Carugno

 

IL MARTIRE LUNGIMIRANTE
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O croce, sapienza di Dio,
nell’ora più buia e dolente
del martire Pantaleone
sei stata la guida sicura.

Sei via tracciata dal Cristo,
donata al discepolo santo
per regola certa di vita,
per strada diritta di pace.

Tu sveli gli inganni del mondo,
annienti le vane ricchezze,
abbatti l’orgoglio violento
dell’uomo che brama il potere.

Così Nicomedia famosa,
i suoi imperatori superbi
che dèi vantavano d’essere,
nessuno ricorda, né teme.

Per tutta la terra, invece,
si leva la lode gioiosa,
s’innalza il nome beato
del Santo che vide lontano.

O croce, divino criterio
che giudica i fatti e le cose,
ispiraci scelte decise,
rinuncia, costanza, servizio.

E lungo lo stesso cammino
del Cristo ucciso e risorto,
ci guidi dal regno celeste
il Martire lungimirante.

Amen.


D’INCENSO POCHI GRANI

D’incenso pochi grani tra le mani
decideranno tutta la tua vita,
il fuoco arde vivo nel braciere
l’omaggio attende al dio imperatore.

La folla accorsa scruta ogni gesto,
il magistrato invita a compier l’atto;
l’offerta dell’incenso può salvarti,
restituirti fama, onore e soldi.

Ma se d’intorno cresce confusione,
in te c’è pace e chiara decisione:
non tradirai il tuo Salvatore
e lo raggiungerai nel paradiso.

O santo martire Pantaleone,
osserva questo mondo pari al tuo,
e dona a noi che siamo tuoi amici
coraggio saldo che non teme morte.

Amen.

IL TUO CIELO SARÀ COMPASSIONE

Una voce discesa dall’alto
nel momento del duro martirio
stabilì la tua nuova missione:
il tuo Cielo sarà compassione!

Tu che in terra guarivi i malati
invocando il nome di Cristo,
ora guardi, clemente e pietoso,
chi a te con fiducia si volge.

Sei vicino al Signore che ami,
e ancora e per sempre lo preghi
per gli stessi piagati e afflitti,
che servisti sollecito in vita.

Santo medico Pantaleone,
ti preghiamo, sorreggi e risana
ogni infermo che soffre nel corpo,
nella mente o nell’anima eterna.

E fra tutti soccorri i morenti,
dona loro anelito al Regno,
pentimento sincero nel cuore,
perché il Padre clemente li accolga.

Amen.

DI MIGLIANICO IL POPOLO PIO

Una mano d’artista valente
la tua effigie incise nel legno,
e dipinse il tuo viso, i tuoi occhi,
il tuo sguardo misericordioso.

Di una grangia di monaci miti
una piccola chiesa nei campi
di una fertile piana, tra i fiumi,
custodì la tua immagine santa.

Di Miglianico il popolo pio
ti conobbe, ti amò e ti scelse
quale grande patrono nel Cielo
e segreto amico del cuore.

E tu, Santo di terre lontane,
questo suolo adottasti per patria
e accogliesti per figli diletti
quanti a te fiduciosi ricorsero.

E se un giorno di odio tremendo
dilagò il furore nemico
che abbatté la tua antica dimora,
di speranza un segno donasti:

la tua immagine presto celata
fu sottratta al violento saccheggio,
e ben presto seguì pellegrina
la tua gente tra mura sicure.

E così fin d’allora dimori
nella chiesa dell’Angelo santo
e dall’alto del monte tu vegli,
rassicuri, guarisci e proteggi.

E le folle ancora ti acclamano,
le tue grazie raccontano grate,
benedicono il santo tuo nome,
o patrono san Pantaleone!

Amen.

 

 

SANT’ANTONIO DI PADOVA

Di nobile famiglia, dopo un’intensa vita ascetica presso i Canonici regolari agostiniani di Coimbra, Sant’Antonio passò fra i Minori di San Francesco d’Assisi, con il quale si incontrò alla Porziuncola (1221). Predicatore del Vangelo, esercitò il suo ministero dell’Italia del nord e nella Francia meridionale. Combatté l’eresie, facendo opera di evangelizzazione. Della sua predicazione restano significative testimonianze nei suoi scritti omiletici. Taumaturgo, fu maestro di dottrina spirituale e di teologia e ravvisò la perfezione nell’accordo tra la vita contemplativa e la vita attiva. E’ universalmente venerato dal popolo cristiano. Le reliquie del Santo si custodiscono nella basilica omonima, che è meta di continui pellegrinaggi. Fernando di Buglione nasce a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione.

A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all’Ordine dei Canonici regolari di Sant’Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all’ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, quando ha ventiquattro anni. Quando sembrava dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l’ordine agostiniano. Fernando, infatti, non sopporta i maneggi politici tra i canonici agostiniani e re Alfonso II, in cuor suo anela ad una vita religiosamente più severa. Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d’Assisi.

Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo. Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell’abate, eremita egiziano. Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco. È verso la fine del 1220 che s’imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto. La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi.

Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce. A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Il ministro provinciale dell’ordine per l’Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell’eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto. Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all’ordinazione di nuovi sacerdoti dell’ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili. Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione. Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell’Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l’eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225. Tra il 1223 e quest’ultima data pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola. Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges. Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto le stigmate. Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell’Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell’Italia settentrionale. Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz’ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali. A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato. Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati. Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l’amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l’umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l’orgoglio e la lussuria, l’avarizia e l’usura di cui è acerrimo nemico.

E’ mariologo, convinto assertore dell’assunzione della Vergine, su richiesta di papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo papa è definito “arca del Testamento”. Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua. Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d’asma ed è gonfio per l’idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231. Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce. Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea. Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire. Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell’Arcella dove muore in serata. Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano “guerre intestine” tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire. Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a MaterDomini. Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni. Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all’Ostia, fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio. Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato “frutto del peccato” secondo l’uomo per testimoniare l’innocenza della donna. I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.

Antonio fu canonizzato l’anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini.
Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono.
Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa.

Fonte: www.santiebeati.it