Impressioni di novembre

Già da qualche anno ho fissato l’appuntamento annuale degli esercizi spirituali nel mese di novembre. Si tratta di un periodo dell’anno pastorale che non conosce impegni troppo gravosi, particolarmente adatto a fare questa sosta che è d’obbligo per i presbiteri, soprattutto perché’ ci costringe a leggere la nostra vita davanti all’Evangelo, ponendo una distanza tra noi e le nostre funzioni.
A questa scelta legata al “calendario”, si lega, per quanto mi riguarda, una seconda di tipo “logistico” (qualcuno parlerebbe di “location”), infatti da sedici anni vengo a vivere quest’esperienza presso il monastero di Bose.
Che cos’è Bose e dove si trova?

Molto semplicemente: la Comunità monastica di Bose è una fraternità di monaci e monache cristiani, di diversa confessione (dunque a vocazione ecumenica) formatasi intorno a fr. Enzo Bianchi, alla chiusura del Concilio Vaticano II, col desiderio di poter vivere l’esperienza di vita comunitaria come alle origini del monachesimo cristiano. Il luogo dove questo primo gruppo si ritrovò per iniziare questo cammino era una cascina abbandonata, ad un paio di chilometri da un paesino della Serra (la Serra è una lunga collina morenica) chiamato Magnano, in provincia di Biella. Nei decenni, quelle che erano vecchie cascine piemontesi abbandonate, prive di tutti i servizi fondamentali, sono diventate un accogliente monastero, con una grande e sobria chiesa monastica, adagiato in mezzo ai prati ed ai pascoli, animato dalla vita di preghiera e di lavoro di una ottantina di persone, tra uomini e donne, che, nel solco della più genuina tradizione monastica, accanto alla cura della vita della comunità, pongono attenzione all’ospitalità di visitatori  di ogni genere, offrendo loro accoglienza e ascolto.

Non mi dilungherò a spiegare come vive e quali finalità abbia una comunità di monaci come quella di Bose, tuttavia è importante sapere che oggi, nel cuore del tempo che viviamo, esiste un realtà che non è fuori dal tempo, che non segue regole che ai più potrebbero apparire anacronistiche (basti pensare al tema del celibato o a quello della obbedienza comunitaria), ma vive addossata al deserto e si sforza di ascoltare e vivere l’Evangelo, non come forma di individuale eroicità, ma come cammino comune e condiviso nel quotidiano.
In questa metà di novembre, con i campi e i boschi tinti di colori sgargianti, con le brume del mattino e le ombre che velano presto ogni cosa, l’incontro con la Parola “accade” in una profonda quiete colma di gratitudine. I ritmi rallentati rispetto alla vita parrocchiale, le ore della giornata scandite dai tocchi delle campane, il silenzio che regna e del quale, al termine di questo corso, come ogni anno, sentirò profonda nostalgia: tutto questo, ma non solo, dispone a lasciarsi interrogare e scrutare.
“Come ti presenti davanti alla comunità?”. Cosi’ ha esordito Luciano Manicardi, fratello di Bose, biblista. Partendo dal commento ai primi versetti del primo capitolo della Lettera di Giacomo, fr. Luciano ci ha esortato a considerare la nostra postura, in quanto presbiteri, nei confronti delle comunità cristiane a noi affidate, per verificare noi stessi davanti alla Parola.
Così, in questo novembre così placido, la Parola arriva ed interpella con decisione.
Ora, però, è tempo di silenzio e di riposo: ogni cosa a suo tempo…ed alla prossima impressione di novembre.
Vostro
D. Gilberto